La globalità sembra essere quella cosa che, ripetuta all'infinito, sembra dirti che la tua esistenza possa essere vissuta solo col suo insindacabile permesso. Ecco quindi che ci mettiamo a commentare hashtag che non ci riguardano, tendenze che forse riguardano individui e territori a migliaia e migliaia di chilometri da noi, notizie buone solo a generare clickbait a monetizzazione altrui. E pensiamo che reagire a questa ondata di presunte informazioni significhi automaticamente creare contenuti.

Una parte del mio agire nel Web è legata al mio mestiere, nella misura in cui il mio mestiere è per molti versi legato al giornalismo economico. Ma, a parte gli articoli che scrivo per CryptoSmart News e Bitcoin Veneto, io non uso il Web per convincere qualcuno di qualcosa, o per spingerlo più di tanto a fare un acquisto o una scelta.

Questo significa che la mia scrittura segue banalmente la voglia di comunicare, ossia un generale e uniforme afflato di condivisione? Direi di no. Con tutto il rispetto per chi vuole a tutti i costi condividere tutto con tutti, non penso sia il mio caso.

Ma allora perché, invece di scrivere su Obsidian o (solo) in un taccuino tascabile, lo faccio anche utilizzando strumenti one to many?

La ragione nel mio caso è veramente semplice. Ho bisogno di avere sotto mano qualsiasi contenuto sia utile da inviare, tramite banale link, a un amico o a un cliente, quindi mi sembra molto più comodo pubblicarlo.

Questo, direte voi, potrei farlo anche con una banale annotazione su Google Keep o Apple Notes. Ebbene sì, è anche vero. Ma questi strumenti alludono a una forma di annotazione che potrebbe andare bene "da me a me", e non "da me a un lettore estraneo", che a grandi linee potrei essere anch'io magari dopo una certa distanza temporale dalla scrittura di quel pezzo di informazione. Ossia, io ho bisogno di avere a disposizione un testo formattato, magari anche corredato di immagini e materiali multimediali. Ossia, credo sia evidente che stiamo parlando di un post contenuto in un blog.